Storia delle lampade industriali: dagli anni ‘50 agli anni ‘80


Le lampade industriali hanno una storia poco allegra se comparata con quelle delle loro sorelle utilizzate in campo civile o urbano nei vari decenni. In realtà, a monopolizzare lo stupore delle genti è sempre stata la “luce”, in quanto atavico concetto di chiarezza, benessere e giustizia.

Nel 1877, quando la piazza della Scala di Milano fu illuminata con l’energia elettrica nel generale tripudio di ammirazione e orgoglio, in pochi avranno badato alla foggia dei lampioni, ma tutti hanno gioito della profusione della luce. Fu lo stesso per l’illuminazione a gas delle aziende Boulton-Watt (sì, il secondo dei due è il padre del progresso industriale, quello che ha inventato la macchina a vapore e dà il nome all’unità di misura della potenza, lampadine comprese), che nel 1802 per primi illuminarono, in modo autonomo e organizzato, la loro fabbrica.

Lampade industriali: un oggetto… utile!

La storia delle lampade industriali va di pari passo con la tecnologia usata per illuminare e, paradossalmente, è una storia oscurata dal mezzo tecnologico: prima l’olio, poi il gas, poi l’energia elettrica, poi la “lampadina”. La lampada è progressivamente cambiata, da un contenitore per olio con uno stoppino ad una candelabro, da una torcia su un manico di legno ad una lanterna e così via adattandosi alla fonte di energia. Poi arrivò Thomas Alva Edison e con la lampadina proiettò tutti noi nel presente!

E quindi, con l’elettricità e la lampadina, tutto si è illuminato in modo sempre più capillare e con più forza per rischiarare città, case e, naturalmente, fabbriche. Già le fabbriche, piene di quelle bellissime lampade che oggi trovano una nuova vita nelle nostre case: allora erano invisibili proiettori di luce per far produrre meglio, con più attenzione, per rendere un luogo più vivibile e sicuro. Addio alle penombre serali, benvenuti turni di lavoro notturni rischiarati da grandi parabole metalliche posizionate in alto nei capannoni.

L’uso della ceramica e degli smalti nelle prime lampade industriali

Le lampade industriali così come le intendiamo sono nate nei primi anni del ‘900, e da allora seguono delle regole abbastanza lineari nella costruzione: diametri abbondanti e campane pronunciate con interni smaltati di bianco per diffondere più efficacemente la luce, portalampada di dimensioni generose per ricevere lampadine potenti, ad alto riscaldamento con cablature importanti. Dai primi del ‘900 a tutti gli anni ’80, le lampade industriali sono state realizzate con parabole in metallo e con portalampada in ceramica, specialmente nei Paesi dell’Est Europa che hanno mantenuto questo standard produttivo legato all’impronta sovietica, che sostanzialmente è durata fino agli anni ’90.

Una parte interessantissima dell’intera lampada erano i porta lampada ceramici, utilizzati ancora nelle lampade anni ‘80, e preferiti ad altri materiali, grazie alla loro forte resistenza al calore, che poteva essere decisamente elevato a causa della potenza delle lampadine. Dei piccoli capolavori, splendidi, nelle lampade più grandi potevano raggiungere i 20 cm d’altezza, e spesso arrivano fino a noi ancora intatti aumentando il pregio della lampada industriale. 

La lampada industriale era generalmente verniciata con smalti molto tenaci, che dovevano resistere senza manutenzione per decenni; esistono infatti lampade che sono arrivate a noi attraverso 80 anni di storia con le vernici pressoché intatte, grazie alle quali sono state protette dalla ruggine e dal loro disfacimento.

Il ferro (in lamiera lavorata o fuso in stampo) ha fatto da padrone in tutta la produzione industriale fino agli anni ’90.

L’introduzione del vetro nelle lampade anni ‘50

Meritano un discorso a parte i vetri, che hanno cominciato ad affacciarsi come chiusura delle grandi cupole negli anni ’50. Generalmente era vetro stampato (non trasparente), di spessore generoso connesso alle campane mediante ganci metallici. É stato usato anche molto il vetro trasparente per le applicazioni navali o a “lanterna”, quelle lampade il cui impiego era utilizzato in ambienti a soffitto basso come magazzini, banchine di carico, fino ad arrivare alle lampade da miniera, dalla forma generalmente tozza e solida, con prevalenza di forma a lanterna e griglia metallica a protezione  di vetri che potevano essere anche di spessore elevato, fino anche a 20mm, con caratteristiche ignifughe ed antiesplosione, per essere utilizzate in ambienti dove il rischio di incendio o esplosione poteva essere elevato e a seguito di tali eventi dovevano risultare accese e integre al fine di evidenziare le vie di fuga.

Anche il sistema di ancoraggio delle lampade industriali, se a soffitto o a parete, a seconda delle esigenze di orientamento dell’illuminazione o dovuto alle limitazioni stesse delle strutture industriali, ha creato tipi di lampade che oggi hanno suggestioni completamente diverse rispetto alle lampade pendenti dal soffitto. Ne sono un esempio le caratteristiche lampade a soffietto, dove le cupole erano fissate a bracci metallici, con la classica caratteristica di regolare la distanza dalla parete con un sistema “a fisarmonica”, oggi richiestissimi per il loro forte impatto scenografico.

Le lampade industriali nei teatri

I teatri hanno vissuto una rivoluzione totale con l’avvento dell’elettricità e dagli anni ‘30 si sono intensificati gli sforzi per realizzare lampade di scena sempre più performanti. Nate in diverse dimensioni, gli spotlight hanno calcato via via le scene di tutti i teatri per poi approdare agli studi televisivi o fotografici, spopolando sui set cinematografici.

Normalmente erano piazzati su tralicci mobili alla sommità del palcoscenico, o montati su cavalletti per rendere fasci di luce regolabili muovendo tutto il corpo della lampada seguendo attori e cantanti, oppure regolando il diametro di illuminazione creando il tipico effetto “occhio di bue” che avvolge il protagonista, reso possibile grazie alla sorgente luminosa montata su un carrello interno alla lampada stessa,  che allontanandosi o avvicinandosi alla lente frontale, variava l’apertura del raggio di luce.

Quanti effetti indimenticabili ha creato questa proiettore, sui palcoscenici di tutto il mondo, e in tante memorabili pellicole cinematografiche!

Storia e stili

Il design della lampada industriale ha sempre privilegiato la funzionalità, pur facendosi contaminare dalle forme tradizionali dei luoghi di produzione: rigide e lineari quelle russe, più articolate e schematiche quelle tedesche della DDR, più arrotondate e gentili le lampade Benjamin inglesi, dal design inconfondibile le lampade Bauhaus degli anni ‘30 (ma prodotte per l’industria fino alla fine degli anni ’50). I designer non hanno quasi mai rincorso il genere “lampada industriale”, ma quasi sempre le lampade hanno influenzato il design.

Uno dei casi più eclatanti è quello delle lampada snodabile Jieldè, creata nel 1949 da Jean-Louis Domecq meccanico di Lione, che aveva bisogno di una lampada adatta alle esigenze del suo lavoro e non esisteva in commercio: divenne, oltre ad utile strumento professionale, un pezzo di culto nell’arredamento industriale tutt’oggi prodotto e apprezzato come icona di design.

Il lieto fine delle lampade industriali di tutte le epoche

Ma la storia delle lampade industriali, dagli anni ’40 agli anni ’90, rimane una storia legata esclusivamente alla storia dei luoghi, delle fabbriche, degli uffici, dei magazzini. Hanno visto la fiorente massificazione del lavoro e la sua organizzazione; hanno illuminato un secolo di prodigi industriali e tecnologici. Hanno dato luce al gigante sovietico da una parte e hanno illuminato le catene di montaggio della Ford dall’altro.

Lo hanno fatto sempre senza essere vere protagoniste, quasi invisibili a milioni di persone e, tuttavia, ne hanno scandito le vite nei loro luoghi di lavoro: perché il prodigio è sempre stato schiacciare l’interruttore e godere della luce, dando forse per scontata l’esistenza di una lampada o non pensandoci affatto.

Tuttavia, caparbiamente, quei magnifici oggetti sono arrivati fino a noi, un po’ acciaccati ma pieni di forza, trovando nuovi luoghi, abitazioni, studi professionali o locali, per far risplendere la luce e fare, questa volta sì, mostra di se stesse raccontando una nuova storia.

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